Guerrisi Michele

 

Nacque a Cittanova, presso Reggio di Calabria, il 23 febbr. 1893 da Pasquale e Filomena Barbaro, di Palmi. Alle sue origini il G. diede sempre valore simbolico, tale da stabilire un legame tra sé e la cultura della Magna Grecia, come egli afferma nell'autobiografia (M. G., Roma 1957) che, nonostante l'approssimazione di molti dati, risulta di grande interesse per poter tracciare l'iter della sua formazione artistica e per seguire l'evoluzione del suo pensiero estetico.  Trasferitosi a Palmi per frequentare il ginnasio, ebbe modo di ricevere una prima educazione pittorica presso lo studio di Domenico Augimeri, artista formatosi con Domenico Morelli e Filippo Palizzi. A sedici anni fu iscritto dal padre al liceo Galileo Galilei di Firenze; e il G. considerò sempre questo soggiorno fiorentino una tappa fondamentale per la sua formazione.

Terminato il liceo si recò a Roma "per avere una conoscenza diretta della più antica classicità" (ibid., p. 9). Iscrittosi al corso di laurea in lettere, tentò, ma con esito negativo, l'esame di ammissione all'Accademia di belle arti. Entrò, invece, all'Accademia di Napoli dove ebbe come maestri Achille D'Orsi e Luigi De Luca. All'inizio della prima guerra mondiale risiedette ancora a Roma dove conobbe  A. Rodin. Nel 1920 pubblicò, a sue spese, Dei valori ideali e pratici nella storia dell'arte, il suo primo lavoro di critica. In questo stesso anno si classificò secondo al concorso per l'insegnamento della storia dell'arte all'Accademia di Napoli e un suo gesso, Prima ruga, venne ammesso alla XII Biennale di Venezia. Da questo momento fu pressoché costante la sua attività espositiva, soprattutto in Italia. Nel 1921 partecipò alla prima Esposizione biennale nazionale d'arte di Napoli con le sculture in gesso Monumento agli studenti caduti per la patria, Ritratto del pittore San Malato e Ritratto di Leonida Repaci; in questo stesso anno, alla prima Biennale d'arte romana, espose Medusa "che ginocchioni tenta di strapparsi i serpenti dalla testa" (Lancellotti, 1921). Stabilì il suo studio a Napoli, a villa Lucia, nei pressi di quello di Vincenzo Gemito, con il quale strinse amicizia e da cui ricevette preziosi insegnamenti. Tra il 1921 e il 1922 fu titolare della cattedra di storia dell'arte presso l'Accademia di belle arti di Carrara e, nel 1922, presso l'Accademia Albertina di Torino, dove abitò e insegnò fino al 1941. Tra le varie commissioni si ricordano i numerosi monumenti ai caduti della prima guerra mondiale, di gusto prettamente ottocentesco: del 1924 sono il Monumento ai caduti di Cittanova e il Monumento a Michele Bello e ai caduti della prima guerra mondiale di Siderno; il 3 ott. 1926 venne inaugurato il Monumento ai caduti in piazza Vittoria a Montecalvo Irpino; nel 1929

quello in piazza Matteotti a Palmi e nel 1933 quello a Catanzaro. Nel 1926 prese parte alla XV Biennale di Venezia e alla LXXXIV Esposizione di arti figurative della Società promotrice di belle arti di Torino rispettivamente con il gesso Nudo di donna e con uno dei gessi per il Monumento ai caduti di Montecalvo Irpino e con il bronzo Testa di negra. In questo stesso anno pubblicò a Torino Dalle botteghe agli studi, in cui il G. sviluppava i problemi trattati nel testo del 1920. A Torino, alla Quadriennale del 1927, presentò Donna negra e Frate Sole e all'esposizione della Società promotrice di belle arti dell'anno seguente Le madri, particolare del Monumento ai caduti di Palmi. Nel 1930 diede alle stampe a Torino i Discorsi sulla scultura che, come dichiarato nella nota al lettore (p. 189), nascevano dall'esigenza di chiarire, innanzi tutto a se stesso, cosa fosse la scultura, di cui il G. tracciava la storia da quella egizia a quella contemporanea. Le conclusioni ripropongono le concezioni culturali proprie dell'ideologia del regime fascista. Il G., infatti, afferma che la scultura è "l'arte italiana per eccellenza"

(ibid., p. 192) e che può superare la crisi dovuta al persistere dell'ampollosità ottocentesca solo grazie allo "spirito italico" (ibid., p. 200). È la sua generazione, quindi, che deve assumersi "il compito storico di un nuovo rinascimento, che vorrà essere non ritorno a questo o a quello spirito, ma ritorno all'essenza e alla moralità stessa dell'arte" (ibid., p. 201). A questi ideali di purezza della forma restituita all'originario rigore classico sono, per esempio, improntate le sculture in bronzo (il bassorilievo con la Sepoltura di Cristo e il gruppo di figure a tutto tondo raffiguranti la Resurrezione di Lazzaro) realizzate tra il 1930 e il 1937 per la cappella funebre della famiglia Vaciago nel cimitero Monumentale di Torino. Nel 1931 partecipò, in Spagna, all'Esposizione internazionale d'arte di Barcellona con il bronzo Testa di negra. Da questo stesso anno, con Nudo di donna, iniziò a prendere parte regolarmente alle esposizioni della Quadriennale d'arte nazionale di Roma. Dal 1929 al 1941 partecipò a Torino alle esposizioni organizzate dal Sindacato fascista di belle arti del Piemonte. A partire dal 1930, costante fu anche la sua presenza alle Biennali di Venezia. Nel 1933 prese parte alla prima mostra del Sindacato nazionale fascista di belle arti a Firenze con Ragazza seduta e con Il ritratto di Giorgio De Chirico (Firenze, Galleria d'arte moderna), ennesima attestazione della predilezione del G. per la ritrattistica. Nel 1934 alla XXXV Mostra della Società degli amici dell'arte di Torino presentò Ragazza accovacciata (Roma, collezioni del Quirinale). Per quanto concerne la sua attività di teorico, si ricorda il saggio pubblicato a Torino nel 1932, La nuova pittura, scritto con la finalità di "libe

rare la critica dalle soprastrutture romantiche di superata filosofia, che rispuntavano qua e là nelle contaminazioni di non aggiornate culture antiche in molti seguaci delle teorie crociane" (M. G., p. 13). Nel 1941 si trasferì a Roma come docente di scultura presso l'Accademia di belle arti (di cui diverrà direttore nel 1952) e, nello stesso anno, gli venne commissionata la statua raffigurante la Filosofia per il palazzo della Civiltà dell'EUR. Partecipò anche all'Esposizione del Sindacato nazionale fascista di belle arti (1941), all'interno della sezione piemontese, con il Ritratto del pittore Miradio (Roma, Galleria nazionale d'arte moderna). Pur risiedendo stabilmente a Roma, il G. mantenne sempre rapporti con la Calabria. Nel 1951 ricevette l'incarico di realizzare otto rilievi per il basamento del monumento a Francesco Cilea a Palmi: di gusto severamente arcaico, essi raffigurano la Favola di Orfeo, che il G. commenterà in un poemetto in distici ottonari, pubblicato a Roma nel 1958. Ancora nel 1951 inviò a Reggio Calabria un Ritratto di F. Cilea (oggi nell'atrio del teatro Comunale della città) e, l'anno successivo, eseguì per il lungomare le statue di Giovanni Pascoli, Diego Vitrioli e Ibico. Nel 1952 pubblicò a Milano L'idea figurativa in cui, partendo dall'assunto che "la realtà naturale non è che pura astrazione" (p. 9), prende in esame il rapporto tra l'idea figurativa, la rappresentazione artistica, la storia e la critica. Nell'Errore di Cézanne (Pisa 1954) ribadì, invece, il suo credo nell'ideale classico contro ogni forma di deviazione dalle norme consolidate dalla tradizione come, tra i primi, aveva fatto il pittore francese. Nel 1954, presso il palazzo delle Esposizioni di Roma vennero esposti suoi dipinti a olio e ad acquerello e nel 1957 fu inaugurato a Taverna, presso Cosenza, il Monumento a Mattia Preti. Nelle ultime opere del G. le forme appaiono ancora più rigorosamente severe: si ricordano, in particolare, i rilievi (1956) per le fiancate esterne del palazzo delle Assicurazioni di Torino nella sede di Roma sul lungotevere Arnaldo da Brescia; la drammatica Deposizione per la chiesa di S. Giovanni Bosco (1958) o, ancora, la porta centrale per la chiesa di S. Maria del Popolo (1963) a Roma (M. Guerrisi, Le porte della chiesa di S. Maria del Popolo, in Fede e arte, XI [1963], pp. 358-361). Il G. morì a Roma il 29 apr. 1963. Nel 1965 all'interno della IX Quadriennale fu allestita una breve retrospettiva dell'opera dell'artista. Numerose opere del G. (prevalentemente bozzetti in gesso) sono oggi conservate presso la gipsoteca Guerrisi di Palmi; alcuni dipinti con Vedute di Roma fanno parte delle collezioni della Galleria comunale d'arte moderna e contemporanea di Roma.

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